Cos'è la produttività personale?
Ogni volta che mi pongo questa domanda, immediatamente mi si presentano due personaggi, che in realtà sono lo stesso personaggio visto in due epoche diverse. Il personaggio è identificabile nell'espressione di "manager". Le epoche vanno l'una all'incirca fino al 2000, e l'altra fino ai giorni nostri, con particolare riferimento al presente. Non dico ovviamente che tutti i manager attuali siano come il secondo personaggio (anzi). Dico semplicemente che: L'idea di produttività personale un tempo era associata ad abiti scuri e sottili, tinte monotone quali blu, grigio e nero, cravatte a nodo stretto, capello corto, borsetta e pc portatile alla mano. Mentre oggi non è più così. L'esperto di produttività personale appare oggi come un moderno hippie, con la differenza di essere molto, molto più minimalista, e tendenzialmente più creativo. La persona produttiva, oggi, si confronta con un mondo molto complesso, e preferische far da sè. Non possiede tanti abiti, ma quei pochi sono semplici e lineari, con un pizzico di fantasia. Usa senz'altro il pc, ma non lo considera più che uno strumento. Ama annotare idee su carta, e (a parte il moleskine, of course!), sceglie supporti poco costosi. In generale è poliedrico. Ha una mente scientifica, ma molto giocosa. Spesso suona in qualche gruppo musicale. Se può costruirsi qualcosa da solo è orgoglioso di farlo (Do It Yourself, abbreviato DIY, una cosa che troverete sempre più spesso nei testi di management e lifehacking). Bazzica lo Zen. Non è solo una questione di etica aziendale, new age e altre cose così. No: è un fatto di estetica culturale. Davanti ai temi importanti della contemporaneità il manager del presente — ma dirò di più, l'uomo del presente — deve spegnere la televisione, chiudere i libri e inventare qualcosa. E potrei continuare, ma mi fermo qui per tornare alla domanda di apertura, tendando di dare una risposta.
Per me la produttività personale è tutto ciò che deve orbitare attorno a un problema generico — di qualsiasi tipo — che rientra nei casi in cui la creatività può fare molto come metodo di risoluzione. Visto che la creatività rappresenta il mio interesse primario, penso si spieghi perchè ne parlo con tanta passione.
Più precisamente, mi piace pensarmi come uno scienziato alle prese con un argomento preciso: il design dello spaziotempo che mi circonda (tema importante, al quale ho dedicato un blog). Concepisco l'esistere come un mistero che eroga problematiche da risolvere in modo sempre più necessariamente creativo. E vedo nell'idea di produttività personale una tendenza alla risoluzione con stile, eleganza e, perchè no, un pizzico di esuberante bizzarria. Sono nato nel 1975. Ho conosciuto un mondo che mi piaceva, e lì, in quel mondo, la fantasia ha progettato cose che avrebbero potuto realizzarsi solo quando quel mondo sarebbe stato solo un ricordo. Mi riferisco agli Anni Ottanta, quando ancora la televisione era per tutti, ed era un'arte. Quando i mattatori si chiamavano Proietti e Montesano. Quando la cinematografia si chiamava ancora Pupi Avati, Spaghetti Western, fratelli Taviani. Quando le donne facevano rima con ABBA. Quando le trasmissioni di successo parlavano di poesia italiana del Novecento. Vi chiederete cosa possa avere a che fare tutto questo con la produttività personale. Ve lo dico io. In un mondo in cui il crollo delle ideologie, più che un crollo, sembra una gara a chi riesce a passarci sopra un po' più di porporina, e a farle stare in bella mostra per i minuti di qualche orrendo talk show. In un mondo dove i panni sporchi hanno definitivamente sostituito il bambino, dove le cubiste vanno a insegnare all'università, dove per vedere un film di Fellini in prima serata non basta nemmeno l'abbonamento a un servizio satellitare, e dove l'amore sembra essere una parola di cinque lettere, e avere a fianco il marchio registrato di qualche rivista di gossip. Ebbene, dico, in un mondo dove ogni incontro è errato, dove a ogni novantanove non corrisponde un cento, dove si sente dire da emeriti esperti che non esiste differenza tra il virtuale e il reale, quale può essere la strada se non quella del migliorarsi un passo alla volta, pezzetto per pezzetto, istante dopo istante, cambiando direzione, anche minimamente, e ripetendo caparbiamente il concetto che "l'opera d'arte siamo noi"?
Ecco cos'è per me la produttività personale. Ciò che ti viene a dire che sei un'opera d'arte, qui e ora. E che sei chiamato a capirlo, per esserlo ancora di più subito dopo.
E la produttività personale, come dicevo, ha a che vedere con il concetto di design dello spaziotempo.
Perchè parlo di design dello spaziotempo? Perchè (1) l'esistenza cade nello spaziotempo, e (2) lo spaziotempo richiede oggi uno sforzo multidisciplinare ed estetico, appunto come nel design. Cos'è il design? Semplice, è una disciplina che si fonda su questo: qualunque oggetto non deve essere solo bello, ma deve anche funzionare, e non deve essere solo bello e funzionante, ma deve anche essere prodotto con costi di produzione opportuni, e non deve solo costituire un'entità bella, utile e fattibile, ma anche un qualcosa di riciclabile, smaltibile, e via così… Il design è l'arte dell'intersezione di insiemi miscellanei di richieste implicite. Se il designer è il re dell'ottimizzazione, la creatività è il suo scettro.
L'esistenza attuale individua spaziotempi sempre più angusti e limitati da altri spaziotempi. Per questo richiede sforzi funanbolici e grandi capacità di progettazione e reinvenzione del concetto stesso di benessere. Noi possiamo individuare due concetti di benessere. Il primo è quello della pancia piena. Il secondo è quello del lusso sfrenato. Entrambi i concetti sono di carattere consumistico, con la differenza che il primo consuma oggetti e soggetti naturali, mentre il secondo si concentra su manufatti, mercati e codici culturali di massa. Entrambi i modelli non hanno futuro. Se la logica "pancia piena" (quella del contadino, che mangia i frutti della sua terra, dorme nella casa che si è costruito da sè e ingravida la sua donna per ottenere altri contadini esattamente identici a lui) è stata quasi completamente messa in crisi da quella consumistico manifatturiera e speculativo edilizia, quest'ultima implode nell'esercizio dell'autoreferenzialità, dell'indisponibilità sul mercato, del limite superiore imposto dalla natura stessa del mercato attuale.
Ancora una volta, tra due strade opposte scegli la terza. Intendiamoci: non saremo in molti a scegliere deliberatamente la terza; alcuni potranno continuare nelle prime due, moltissimi saranno costretti a cambiare rotta, ma lo faranno senza alcuna consapevolezza, e dunque senza strumenti progettuali per costruire un benessere all'interno del nuovo percorso, e solo una stretta minoranza imposterà l'esistenza sui valori del gioco e del bello.
Non possiamo fare più le cose su consiglio di Madre Natura. Ma non possiamo nemmeno ascoltare i consigli che ci giungono dal Mercato Globale. Madre Natura aveva a disposizione spaziotempi che ora non esistono più. Ma il Mercato Globale è un cattivo consigliere, perchè lui stesso non sa dove vuole arrivare. Tra questi due fuochi, buono e debole l'uno, forte e idiota l'altro, dobbiamo scegliere una terza voce: la nostra. Dobbiamo riprogrammarci.
La nostra riprogrammazione ha il sapore di un luminoso sabotaggio, di una gioiosa ricerca di interstizi e usi alternativi. Dobbiamo viaggiare in direzioni alternative. Dobbiamo stringere legami con gente strana che la pensa come noi. Soprattutto è necessario definire punti di riferimento. Un punto di riferimento è piccolo per definizione. Un punto di riferimento può essere una singola persona, un sito web, un bar, un documento, un evento, un ufficio, un concerto, una ricetta, una lista di cose da fare. Un punto di riferimento ha una sola caratteristica: la capacità di coniugare innovazione e alternativa. Il punto di riferimento è lì. Le cose cambiano, e lui resta fermo. Le cose stanno ferme, e lui riesce a cambiare e rinnovarsi. Questa è la vera produttività personale secondo me.





