Pellicole impossibili

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Prologo di un Prologo

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Vi voglio raccontare una storia che per varie ragioni mi affascina.

Nel 1975, in Francia, lo "psicomago" Alejandro Jodorowsky, già noto per aver firmato la regia di alcuni film piuttosto rappresentativi per l'epoca (primo fra tutti La Montagna Sacra), fu coinvolto nel progetto di ottenere una riduzione cinematografica di Dune, capolavoro fantascientifico di Frank Herbert. Per portare avanti l'ambizioso progetto il regista latinoamericano cominciò a contattare gli artisti più visionari degli Anni Settanta. Scene e costumi sarebbero state affidate al fumettista Moebius, affiancato dall'artista "neosurreale" svizzero H. R. Giger (noto al grande pubblico per quella che sarebbe stata la realizzazione del mostro nel film Alien, prodotto che tuttavia non esprime se non un pallido riflesso della natura orrorifica e psicopatica dei suoi lavori). Sul versante musicale si ipotizzò addirittura una collaborazione con i Pink Floyd, e nel cast, a fronte di un onorario stratosferico, avrebbe dovuto recitare anche Salvador Dalì.

Ovviamente, nonostante la mole di contatti, accordi, progetti organizzativi, bozzetti, contratti, disegni, sceneggiature e quant'altro, il film in questione non fu mai realizzato. Troppo dispendioso, certo. Per giunta l'impianto generale sarebbe stato quello di un film assolutamente indecifrabile, non destinato a quel grande pubblico che avrebbe potuto giustificarne i costi. Ma non si trattò solo di questo. L'idea strutturale del film era lontana anni luce da qualsiasi ipotesi di fattibilità. Nel Dune di Jodorowsky ogni dettaglio partecipava di un sentimento che poteva vivere solo nella spiritualità psichedelica di un artista dell'epoca, come di un movimento di pensiero, ma non certo di un intero e collettivo mercato, nè di un buonsenso definibile come terrestre. Era una versione pop degli esercizi letterari di Borges, trasposta in un tempo che pretendeva di riproporre le avanguardie novecentesche in una salsa mediatica troppo realistica e sociale. Peyote, violenza, fantascienza, sangue, orrore: gli ingredienti della contestazione seventies c'erano tutti, ma non sarebbero certo cofluiti in un film del genere.

Ebbene, ecco ciò che mi affascina di questa storia: il suo alludere a una totale irrealizzabilità. Come detto, della preproduzione rimangono molte vestigia, molti schemi, e secondo me sono esattamente queste a costituire la verità e attendibilità artistica del film stesso. Il fatto che non sia stato realizzato può costituire un dettaglio poco gradevole gli autori, ma non certo per me. Dal mio punto di vista il film esiste nell'unica forma che avrebbe potuto restituirne un innegabile valore intellettuale. Negli aneddoti, nelle interviste, nelle immagini che corcondano questa utopia noi respiriamo un'idea prototipica, unica via percorribile per parlarne effettivamente e completamente.

Nota di approfondimento (che non siete obbligati a leggere) — So che a questo punto molti di voi vorrebbero pormi una domanda. Questo significa che la perfezione, per te, può essere unicamente immaginata? La risposta è: dipende. Esistono vari concetti di perfezione. A mio avviso la perfezione è un concetto estetico, e un concetto estetico può essere valutato solo in modo empirico. Per quanto vi sforziate di misurare distanze tra occhi, naso e bocca di una bella donna, non riuscirete mai a esportare una formula della bellezza universale applicabile in un'altra donna. Certo, potete ottenere un certo grado di determinabilità con un corpo; ma non con un volto. E se anche riuscite a individuare delle regole, quelle regole non saranno mai universali. La bellezza si valuta a posteriori. Prima "fate qualcosa", poi dite "che bello". E una cosa simile accade con la perfezione. Un individuo può essere naturalmente portato a generare bellezza e perfezione in determinati campi, nel senso che può naturalmente fare cose che, guarda caso, vengono definite belle e perfette da lui stesso e da molti altri attorno a lui. In questo caso la perfezione può avere natura reale, nel senso che esiste e capita che sia percepita come tale. Ma quello stesso individuo, che può affinare anche un numero notevole di abilità nel determinare il bello e il perfetto, può percepire molti altri livelli di bellezza e perfezione che, per varie ragioni, non sembrano essere alla sua portata, piuttosto che alla portata del suo mondo (che al limite può essere il mondo stesso in quanto tale). In questo secondo caso cosa può fare? Rinunciare alla perfezione che ha ipotizzato nella sua interiorità? Secondo me no. Un valore può essere immaginato. Un ente immaginario può essere in vari modi supportato da enti reali. Un insieme di enti reali può costituire coalizioni in grado di realizzare l'invisibile.

Tornando a noi, la storia di cui sopra mi ha spinto a pensare a una specifica opera (che anche in questo caso vedrei cinematografica) per il puro piacere di non vederla mai realizzata, se non nella mente dei lettori. Nello specifico, esistono delle tematiche che mi sembrano straordinariamente adatte ad essere trattate in questa curiosa modalità. Una tematica può essere banalmente e satiricamente quella della sfida: vediamo se qualcuno riesce a realizzare una cosa del genere, e se ci riesce, vediamo come! Un'ulteriore tematica può essere quella dell'irrealizzabilità pura: una ripresa fisicamente assurda, un film d'animazione con caratteristiche così avvenieristiche da alludere a un tempo troppo avanti nel futuro.

Journal (aka: stralci miscellanei attinenti forse a)

Da annotazioni — 19 luglio duemilasette

Siamo d'accordo: Thomas Pynchon è il primo candidato. Quanto a strutturale irrealizzabilità è evidente che con lui siamo attorno alla vetta. Dirò di più: laddove regna non tanto la difficoltà, quanto piuttosto la totale insensatezza relativa alla trasposizione per una superficie cinematografica, in quel luogo intellettuale matura l'idea di un'opera a frammenti, di un tutto da ricostruire sulla base di parti mobili. Una metafora del cercare come chiave per possedere un tutto.

Da annotazioni — 22 luglio duemilasette

A meno che… Dico, a meno che non sia al contrario una fonte di ispirazione semplicissima, essenziale. Che ti so dire: Il cavaliere inesistente di Italo Calvino. Una fiaba, una cosa dei fratelli Grimm. Piuttosto che un listato chilometrico di fonti testuali. Non so, ma ci sto arrivando.

Da annotazioni — 11 agosto duemilasette

Non so, ma una cosa è certa: l'esibizione canora di Christopher Lee in The Return of Captain Invincible non può non farmi pensare a un musical nuovo di zecca, molto americanoide: tipo quello tratto da Little Shop Of Horrors, da film a spettacolo, da spettacolo a film musicale. Che idea grandiosa. (Vedi link sul mio minimal blog Digital Moleskine.)

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La Storia di Questo Dune

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